Il palco all’imputato: quando la tv riscrive le vittime | Giulia
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Il palco all’imputato: quando la tv riscrive le vittime

Un monologo televisivo senza contraddittorio riporta al centro la voce di un uomo condannato per maltrattamenti domestici. Il problema non è solo ciò che dice, ma perché qualcuno ha deciso di dargli di nuovo il microfono

Il palco all’imputato: quando la tv riscrive le vittime
Foto di Tingey Injury Law Firm su Unsplash
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Sara Iacomussi Modifica articolo

4 Marzo 2026 - 11.00


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Andare in tv, raccontare la propria vicenda giudiziaria, dichiararsi non colpevole ancora una volta: è successo a Le Iene domenica sera, quando il filosofo Leonardo Caffo ha tenuto un monologo di un minuto per spiegare che è stato licenziato dalla Naba, Nuova Accademia di Belle Arti, a seguito della sentenza per maltrattamenti domestici nei confronti della ex compagna. 

Che fastidio, come dice una canzone che ci porteremo nelle orecchie per un po’. Un programma tv – e va specificato: non un programma di informazione – lascia lo spazio a un uomo accusato e condannato per maltrattamenti domestici di dire quello che gli pare, come è ovvio in un monologo senza alcun contraddittorio, non solo sulla propria vicenda giudiziaria, ma anche su come la società civile gli stia negando il futuro. Tutto questo dopo aver firmato un concordato per cui, tra le altre cose, poteva avere una riduzione della pena se avesse smesso di rilasciare interviste e parlare pubblicamente del processo e della propria figlia. 

Caffo esordisce con «in cuor mio so di non aver fatto quello che mi è stato contestato». Qui non si andrà a fare una fine analisi giudiziaria del tema: ci occupiamo di linguaggio, in particolare di genere, ed è questo l’intento dell’articolo. L’intervento è problematico, ancor prima di esserlo per una questione etica o giuridica, da un altro punto di vista ancora: che cosa volevano comunicare Le Iene? Di certo non informare, perché come già detto è un programma di intrattenimento che ben poco ha a che vedere con l’informazione: se avessero voluto fare quello avrebbero potuto costruire un servizio sul tema, in cui ad esempio si intervistano anche i vertici della Naba, poi se avesse voluto l’ex compagna, infine il giudice che ha rilasciato la sentenza o un esperto sul diritto del lavoro o penale. Con questo monologo di autoassolvenza, che cosa volevano dire? Delegittimare l’autorità giudiziaria o, peggio, la vittima che ha denunciato? Il problema non è solo cosa viene detto, ma perché viene detto: la questione non è se è giusto o sbagliato che Caffo perda il lavoro, ma perché c’è chi è disposto a lasciargli spazio.

E qui il punto. Questo è patriarcato: una donna denuncia l’ex compagno per violenze e vince la causa, eppure quello che deve apparire per vittima è lui, il maschio che ora perde il lavoro e quindi torna a riprendersi lo spazio che gli era stato sottratto, quello della visibilità e dell’aver voce in capitolo. Le Iene fa esattamente questo gioco e, cosa altrettanto grave, senza seguire alcuna regola deontologica. Solo che non è un gioco, sono le vite delle persone.

Allora come GiULiA Giornaliste vogliamo e crediamo che le donne debbano riprendersi tutti gli spazi, anche quando purtroppo i mezzi di informazione – quella vera, non Le Iene – non lo fanno. Per questo di seguito condividiamo il comunicato integrale rilasciato dall’ex compagna, dopo la trasmissione.

«In relazione alle dichiarazioni rilasciate dal signor Caffo, ritengo necessario fornire alcune precisazioni, al fine di evitare, ancora una volta, che venga alterata o travisata la verità dei fatti accertati nel corso del procedimento penale.

Oltre al concordato, era stato raggiunto un accordo privato che il signor Caffo ha ripetutamente violato. In base a tale accordo, io avrei concesso la mia adesione al concordato e quindi la possibilità per lui di ottenere una riduzione della pena a condizione, tra le altre, che cessasse di rilasciare interviste aventi ad oggetto il processo e, soprattutto, nostra figlia, che ancora una volta è stata da lui menzionata pubblicamente.

Desidero precisare che, qualora avesse proseguito con l’appello, sarebbe stato verosimilmente condannato senza alcuna riduzione di pena. Per questo motivo, a pochi giorni dall’udienza, mi ha chiesto di aderire al concordato. Ho accettato ritenendo di poter così tutelare mia figlia dalle sue dichiarazioni pubbliche, ma mi sbagliavo.

Durante l’intero iter processuale l’imputato (oggi condannato on via definitiva) ha sempre sostenuto la propria innocenza. La decisione di firmare il concordato che, lo preciso, non è un patteggiamento, non è stata assunta dall’imputato, bensì dalla sottoscritta, nell’ottica di perseguire quello che è stato definito un “bene superiore”: consentire al padre di mia figlia di beneficiare di una riduzione della pena.

A tal fine, e ritengo ormai necessario chiarirlo, alcune accuse sono state rimodulate, come nel caso delle lesioni inizialmente qualificate come “permanenti”.

Le lesioni da me subite a causa della condotta dell’imputato sono state accertate e non sono mai state oggetto di contestazione. Nell’ambito del concordato si è tuttavia convenuto di non riconoscere l’elemento dell’intenzionalità, pur in presenza di lesioni indiscutibilmente provocate dall’imputato. Il reato, pertanto, sussiste. La rinuncia a sostenere l’intenzionalità è stata una scelta consapevole e volontaria da parte mia, esclusivamente finalizzata al perseguimento del suddetto “bene superiore”.

Resta altresì pienamente confermata l’aggravante della commissione dei fatti in presenza di un minore. La riduzione della pena è derivata unicamente dal risarcimento economico del danno e dalle attenuanti concordate tra le parti. La decisione dei giudici conferma quindi una condanna a carico dell’imputato. Il concordato rappresenta, di fatto, un riconoscimento della condotta e delle lesioni arrecate, nonché la rinuncia dell’imputato a proseguire il contenzioso giudiziario, avendo egli espressamente rinunciato ai tutt gli altri motivi di appello e a proporre ulteriori impugnazioni.

È inoltre necessario precisare un ulteriore aspetto: esistono due percorsi distinti. Il primo, in sede civile, è un percorso psicologico che il signor Caffo ha intrapreso prima della condanna. Il secondo, in sede penale e il cui esito è propedeutico all’ottenimento della sospensione condizionale della pena, è un percorso specifico per uomini condannati in via definitiva per reati di violenza sulle donne. Percorso obbligatorio sempre ai fini di ottenere la sospensione pena e non doverla, invece, scontare. Si tratta dunque di un percorso di natura penale e non civile, come invece dichiarato più volte dal signor Caffo.

Ritengo infine doveroso aggiungere che è profondamente grave, oltre che deontologicamente inaccettabile, che taluni organi di stampa abbiano rinunciato al più elementare dovere di verifica dei fatti, preferendo amplificare dichiarazioni distorte apertamente strumentali. In una vicenda tanto delicata, che coinvolge peraltro una minore da tutelare, non è semplicemente auspicabile ma imprescindibile attenersi a criteri rigorosi di prudenza, responsabilità e rispetto. La libertà di informazione non può mai trasformarsi in superficialità o, peggio, in cassa di risonanza per narrazioni infondate.Divulgare notizie senza averne accertato la veridicità, specie quando la loro non veridicità e facilmente verificabile, espone terzi a conseguenze potenzialmente gravi e irreparabili. E di questo, chi informa, deve assumersi fino in fondo la responsabilità».
Carola Provenzano

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