C’è un punto, nel nostro presente, in cui la cronaca smette di essere cronaca e diventa sintomo. Il recente duplice femminicidio in Francia – compiuto da un ex poliziotto orbitante nella galassia incel – non è un incidente isolato, ma una fenditura: attraverso di essa si intravede una struttura culturale, una pedagogia dell’odio, una grammatica della frustrazione che ha trovato nella cosiddetta “manosfera” il suo laboratorio. È dentro questa crepa che si inserisce Inside the Manosphere, il documentario distribuito da Netflix e guidato dallo sguardo apparentemente mite, ma in realtà chirurgico, di Louis Theroux che entra nella manosfera come un etnografo tardo-moderno: non giudica, osserva; non accusa, espone. E proprio in questa sospensione, quasi durkheimiana, si manifesta l’orrore. Perché non c’è bisogno di mostri quando la normalità stessa è già contaminata.
Il documentario ci restituisce una costellazione di influencer che predicano una maschilità ipertrofica, fondata su dominio, denaro e accesso ai corpi femminili. Una maschilità che si presenta come emancipazione ma è, in realtà, una forma regressiva di disciplinamento: una “monogamia unilaterale”, come la definisce uno degli intervistati, dove il potere è asimmetrico e strutturale.
Qui la lezione di Pierre Bourdieu risuona con forza: ciò che vediamo è l’habitus della dominazione maschile che si reinventa, muta forma, ma resta intatto nella sua funzione simbolica; la manosfera non è che una nuova tecnologia del potere, una piattaforma dove il capitale simbolico si accumula attraverso la misoginia performativa. E non è un caso che tutto questo sia monetizzabile. Come mostra il documentario, più si estremizza il linguaggio, più cresce l’engagement: l’odio diventa economia, il risentimento un modello di business.
Ma chi sono, davvero, questi uomini? Theroux li smaschera senza mai alzare la voce. Dietro la retorica dell’alpha male emergono fragilità, infanzie spezzate, identità costruite per sottrazione. Sono – per dirla con Zygmunt Bauman – “vite liquide”, incapaci di sostenere l’incertezza e quindi rifugiate in strutture rigide, gerarchiche, rassicuranti.
La manosfera funziona allora come una comunità immaginata del risentimento: offre risposte semplici a domande complesse. Se non hai successo, non è il sistema economico; sono le donne. Se sei solo, non è la precarietà affettiva del tardo capitalismo; è il femminismo.
In questo senso, il documentario sfiora – ma forse non affonda abbastanza – la dimensione strutturale. Come osservato da alcune critiche, Theroux rischia talvolta di fermarsi alla superficie, lasciando intravedere più lo spettacolo che il meccanismo. Eppure, proprio questa ambiguità è rivelatrice: la manosfera è spettacolo. È performance continua, teatro digitale dove la virilità è una recita senza pausa.
Il passaggio dalla parola all’atto – da forum a femminicidio – non è automatico, ma è possibile. Ed è qui che la sociologia deve farsi etica. Gli studi sulla manosfera mostrano una progressiva radicalizzazione: dalle comunità più “moderate” ai gruppi incel, sempre più estremi e misogini.
È un ecosistema che normalizza l’odio, lo rende dicibile, condivisibile, persino ironico.
E quando l’odio diventa linguaggio comune, la violenza non è più impensabile.
Hannah Arendt parlava di banalità del male. Oggi potremmo parlare di viralità del male: ciò che viene condiviso, ripetuto, interiorizzato, sino a perdere ogni attrito morale.
Il documentario di Theroux è necessario perché illumina. Ma è insufficiente perché non basta illuminare: bisogna anche nominare, prendere posizione, costruire contro-narrazioni.
Manca, forse, una voce femminile forte. Manca una genealogia del patriarcato che non sia solo implicita. Manca, soprattutto, una domanda politica: chi beneficia di tutto questo?
E qui la risposta è scomoda: la manosfera non è un’anomalia del sistema, è un suo prodotto.
A chi oggi ha vent’anni – o quindici, o tredici – questo documentario parla senza saperlo davvero.
Parla ogni volta che un algoritmo suggerisce un video in più. Parla ogni volta che la solitudine viene trasformata in rancore. Parla ogni volta che qualcuno vi dice che amare è dominare.
Ma voi non siete obbligati a credere a questa narrazione: la storia non è scritta nei forum, né nei podcast, né nei corpi esibiti come trofei. La storia – quella vera – è sempre stata fatta da chi ha saputo disobbedire ai copioni. E allora forse la domanda non è più: che cos’è la manosfera?
Ma: che cosa scegliamo di diventare, di fronte ad essa? Perché il futuro, ancora, non appartiene agli alpha. Appartiene a chi avrà il coraggio – radicale, rivoluzionario – di aprirsi all’alterità.