La rivolta delle politiche locali contro l'odio on line, aspettando la direttiva europea | Giulia
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La rivolta delle politiche locali contro l'odio on line, aspettando la direttiva europea

Contro l'odio on line che colpisce le donne si muovono amministratrici locali, commissioni parlamentari, associazioni, in attesa che anche l'Italia aderisca alla direttiva europea contro la violenza di genere che obbligherà anche l'Italia a istituire il reato di "istigazione alla violenza o all'odio online di genere"

La rivolta delle politiche locali contro l'odio on line, aspettando la direttiva europea
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Paola Rizzi Modifica articolo

6 Giugno 2026 - 11.38


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E’ di qualche giorno fa la buona notizia che la sindaca Silvia Salis ha ottenuto il primo risarcimento di 5000 euro da uno dei suoi innumerevoli hater online e, come aveva annunciato, lo devolverà ad un centro antiviolenza. Gli odiatori che hanno riempito di insulti sessisti e minacce misogine le varie caselle social di Salis sono molti e quindi le auguriamo un lauto bottino da devolvere a favore delle donne vittime di violenza.

Ma per una che ce la fa, mille soccombono e lasciano perdere: perché non se lo possono permettere, perché i tempi di cause di questo genere sono incerti e possono essere anche molto lunghi, perché a volte ci si trova di fronte personale non preparato ad accogliere le denunce, perché i costi soprattutto per chi non è sufficientemente garantito sono troppo alti e quindi politiche locali o giornaliste free lance, gli anelli deboli e più esposti, rinunciano in partenza. Non stupisce che alle ultime amministrative le candidate siano state meno del solito sia nelle liste che come sindache: oltre ai maschi che fanno lobby per escludere, oltre al welfare che manca e al carico famigliare e mentale, da qualche anno a questa parte tocca anche mettere in conto che come sarai bersaglio, più di tutti, (vedi il monitoraggio di Vox diritti che indica nelle donne il principale target dell’hate speech) nello spazio pubblico dei social. Uno spazio, è ormai evidente, costruito in modo non neutrale dal famoso algoritmo, ossia interessi politici ed economici precisi su cui si basano le piattaforme, che mina il diritto delle donne ad avervi piena cittadinanza. Sinceramente, ma chi te lo fa fare?

E’ di ieri la notizia che proprio da un gruppo di amministratrici locali arrivi un’iniziativa centrata sul contrasto all’odio di genere digitale: Libereanchequi, dove il qui sta per l’ecosfera digitale che riduce i diritti delle donne. Si tratta di una campagna sul consenso digitale e sul contrasto alla violenza di genere online promossa da Valeria Campagna, consigliera comunale a Latina, Anna Frattini, assessora di Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a NoiGiulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano e Laura Sparavigna, assessora di Firenze, con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido, con il contributo di Casa Internazionale delle Donne, D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e di esperte come Giulia Blasi, Martina Carone, Ilaria Dondi, Barbara Leda Kenny, Azzurra Rinaldi, Vanessa Roghi e Silvia Semenzin. Un’iniziativa dal basso che parte dall’esperienza concreta di Valeria Campagna che si è ritrovata sul sito phica.eu con foto pubblicate senza il suo consenso e una sfilza di commenti sessisti. L’obiettivo è quello di promuovere un manifesto e occasioni per un cambiamento culturale, in direzione ostinata e contraria a leggi come quelle contro l’eduacazione sessuo affettiva, ma soprattutto spingere le istituzioni a muoversi, a partire dalla rapida ricezione della Direttiva UE 2024/1385 sul contrasto alla violenza contro le donne.

L’atlante del consenso promosso da Libereanchequi.

Una delle difficoltà, sul piano dell’autotutela, è infatti anche un quadro giuridico incerto: fino ad oggi, l’odio misogino in Italia è stato perseguito attraverso fattispecie come l’ingiuria (ora depenalizzata), la diffamazione e le molestie, senza però che vi fosse una definizione specifica di “discorso d’odio contro le donne”. Ma entro il 2027 anche l’Italia dovrà per forza di cose recepire la Direttiva UE 2024/1385  che tra le molte azioni e dispositivi normativi di contrasto, fornisce quella definizione giuridica in particolare nella sfera digitale.  Finita al macero tra gli applausi della destra la legge Zan che introduceva il crimine d’odio per alcune categorie non previste dalla legge Mancino, tra cui quelle basate sul genere e l’identità di genere, nel nostro parlamento non se n’è fatto più niente. Nella direttiva si individuano i target principali: «La violenza online prende di mira e colpisce in particolare le donne politiche, le giornaliste e le difensore dei diritti umani», cioè le donne più esposte nello spazio pubblico, e colpire queste categorie dovrà costituire un’aggravante, assieme al fatto che per colpirle vengono utilizzate «tecnologie di telecomunicazione, social e affini». Quello che dovrà succedere, entro giugno 2027, è che l’Italia come tutti gli stati Ue riconosca «come reato la condotta intenzionale consistente nell’istigare alla violenza o all’odio nei confronti di un gruppo di persone o di un membro di tale gruppo definito con riferimento al genere, diffondendo al pubblico tramite TIC materiale contenente tale istigazione», provvedendo a specifiche pene.

Della necessità di introdurre nuovi reati relativi alla violenza di genere digitale si parla anche in una delle relazioni approvate ad aprile dalla Commissione femminicidio del parlamento italiano, la relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne nella quale si chiede espressamente di integrare il reato del codice penale sulla realizzazione e diffusione non consensuale di immagini create dall’intelligenza artificiale, da poco introdotto, con un reato specifico che punisca «la creazione, cessione o diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti generati o alterati con IA riferibili a una persona identificata o identificabile». Un’emergenza finita sulle prime pagine del giornali e quindi nell’agenda politica a partire da agosto 2025, quando scoppiarono i casi dei gruppi online Mia moglie e il già citato phica.eu, con decine di migliaia di utenti a scambiarsi foto intime vere o taroccate di donne sconosciute o famose, nel caso del gruppo phica.eu anche giornaliste, politiche e intellettuali pubbliche. Da allora abbiamo imparato a conoscere il magico mondo del deepfake e soprattutto del deepnude che, secondo i dati dell’esperta Silvia Semenzin, tra le prime a promuovere una legge contro il revenge porn, riguarda nel 99% le donne. Come si legge nella relazione: «Si tratta di tecnologie che “funzionano” quasi esclusivamente sui corpi femminili, dimostrando la netta matrice di genere del fenomeno, che dal 2023 ha registrato un aumento del 550%». Uno dei grossi temi è naturalmente individuare gli strumenti per smontare l’irresponsabilità delle piattaforme, che su questi contenuti e sulla loro viralità ci campano e che strumenti come il Digital Service Act finora non sono bastati a contenere.

In questo attivismo sul piano legislativo-giudiziario, resta la ruvida realtà. Ad aprile 2026 è stato pubblicato l’ultimo rapporto sulla violenza di genere online di Unwomen, centrato sulle giornaliste, le attiviste e le scrittrici su temi pubblici, un lavoro in stretta continuità metodologica con un sondaggio del 2020 realizzato per l’Unesco. Cosa emerge? Che la situazione da allora è peggiorata grazie alla nuova variabile dell’intelligenza artificiale che ha moltiplicato e raffinato le forme di violenza digitale: basato su un campione di 641 donne provenienti da 119 Paesi, il report evidenzia che il 12% ha subito la condivisione non consensuale di immagini intime, il 6% è stata presa di mira da deepfake o immagini manipolate, il 27% ha ricevuto avances sessuali non richieste tramite messaggi privati. Le conseguenze per molte sono depressione e ansia (24,4%) e disturbo da stress postraumatico (12,8%). Ma soprattutto il 41% del campione totale dichiara di autocensurarsi sui social media per evitare abusi, e il 19% si censura nel fare il proprio lavoro.  Il picco tra le giornaliste: il tasso di autocensura online tra le professioniste dell’informazione è salito al 45% nel 2025, registrando un aumento del 50% rispetto al 2020 (quando era al 30%). Nello stesso tempo però è raddoppiato il numero di giornaliste che denunciano (passando dall’11% al 22,4%) e quelle che intraprendono azioni legali contro persecutori, datori di lavoro o Big Tech sono quasi raddoppiate (dall’8% al 13,6%). Anche se poi il rischio è andare a sbattere contro un muro: il 25% delle donne ha riferito gli abusi alla polizia, ma solo il 10% di queste segnalazioni ha portato alla formulazione di accuse contro i colpevoli. Il 27% di chi ha denunciato ha riscontrato resistenza o rifiuto di indagare da parte delle forze dell’ordine. Inoltre, il 24%ha vissuto dinamiche di vittimizzazione secondaria (victim-blaming) , con domande del tipo: «Cosa hai fatto/detto per scatenare l’abuso?».

Ci ricorda qualcosa? Dalla progettazione degli algoritmi che premiano sessismo e violenza digitale perché fa fatturare, all’ufficio del poliziotto che deve raccogliere la tua denuncia, le strade del maschilismo o del patriarcato, come si voglia chiamarlo, sono sempre infinite.

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