Dentro le tenebre della "manosfera"

Il problema della manosfera e dei gruppi che disseminano e normalizzano contenuti misogini non è più soltanto “come la rete costruisce la rabbia maschile”, ma “come la rete individua, recluta e addestra nemici delle donne”.

Dentro le tenebre della "manosfera"
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Carla Scarsi Modifica articolo

23 Settembre 2026 - 17.28


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Roma, 18 settembre 2026: un tredicenne accoltella la sua insegnante di lettere, riprendendo tutto in diretta su Telegram. Trescore Balneario, sei mesi prima: un altro tredicenne accoltella la sua insegnante di francese, in diretta sulla stessa piattaforma, lasciando poi un testo in cui si descrive come un soldato in missione di vendetta. I due ragazzi non si conoscono, vivono a centinaia di chilometri di distanza, non hanno alcun collegamento diretto tra loro. Eppure il format è identico, fin nei dettagli: il bersaglio è una donna con un ruolo di autorità, l’aggressione è pianificata per essere filmata e trasmessa a un pubblico, il gesto viene raccontato come una vendetta dovuta. Una coincidenza così precisa non nasce da sola: due adolescenti non arrivano per conto proprio, in modo indipendente, alla stessa identica sceneggiatura. Quel copione viene da qualche parte: da un ecosistema di contenuti online che lo confeziona, lo ripete, lo rende disponibile e desiderabile a chiunque si senta umiliato e cerchi un modo per sentirsi, per una volta, potente.

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È lo stesso ecosistema di cui parla questo articolo. Che mi ha creato non poca nausea, a dirla tutta, perché questo sta accadendo da un paio di decenni sotto i nostri occhi e la politica ritiene che dobbiamo pensarci ancora un po’, prima di introdurre un’educazione affettiva… Quante ragazze, professoresse, insegnanti, madri dobbiamo perdere ancora, prima che si fermi questo perverso addestramento di genere? Che poi, come tutte sappiamo, serve solo ad aumentare utenti e creare profitto. Vi sarò grata se farete leggere questo o altri articoli – e se inoltrerete la bibliografia allegata – a tutte le madri, professoresse e maestre che conoscete. Sono loro che debbono essere formate e informate, quelle che sono in prima linea. E che rischiano di più.

Prendiamo un caso tipo: lui ha 22 anni (ma anche 17, o anche 13, come abbiamo visto) ed è gentile; un po’ insicuro, forse, con qualche fisiologica fragilità. Poi cambia. Comincia a usare parole che prima non usava, a citare video e “verità” che chi gli sta intorno non capisce bene da dove arrivino, a parlare delle donne – di tutte le donne – con un fastidio nuovo, sempre più marcato. Passa ore da solo online, (ma chi non lo fa a quest’età e anche dopo?); ha visto gli amici fidanzarsi mentre si sentiva ignorato, e a un certo punto ha cercato su YouTube “Perché nessuna ragazza mi vuole?” Si aspettava una risposta dall’Intelligenza Artificiale, e invece ha trovato ben altro.

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Infatti, con quella o altre domande simili spesso comincia il viaggio dentro alla “manosfera, una rete di influencer, community e creator che parla di uomini, donne e relazioni attraverso contenuti sempre più diffusi su TikTok, Instagram, YouTube, podcast e Telegram. E che può trasformare in un ragazzo, tramite un processo di astroturfing digitale, senza che chi gli sta vicino se ne accorga in tempo, la fragilità in rabbia e la rabbia in violenza.

Il termine nasce all’inizio degli anni Duemila per indicare la diffusione di blog e forum che offrivano una contro-narrazione al femminismo contemporaneo. Da allora si è trasformato in un vero e proprio arcipelago digitale, che comprende sigle e culture molto diverse tra loro, fra cui MRA (Attivisti per i diritti degli uomini-Men’s Rights Activists), MGTOW (Uomini che se ne vanno per i fatti loro-Men Going Their Own Way), PUA (Artisti del rimorchio-Pick-Up Artist) e la costellazione “Red pill(il riferimento è alla pillola rossa di Matrix, del 1999) tenute insieme non da un’ideologia unica ma dalla convinzione condivisa che gli uomini siano le vere vittime di un mondo ingiustamente a favore delle donne, colpa di una società ritenuta eccessivamente femminista.

È un errore, intanto, immaginare quindi la manosfera come un blocco compatto. Gran parte di queste comunità ruota attorno a una narrativa di crisi della mascolinità, e le risposte proposte vanno dal ritiro volontario dalle relazioni eterosessuali fino a vere e proprie gerarchie pseudo-scientifiche del valore maschile, come il celebre concetto di “maschio alfa”, che deriva da uno studio degli anni Trenta sul comportamento aggressivo dei lupi condotto in uno zoo svizzero, reso poi popolare negli anni Settanta da un libro di enorme successo (una teoria, va detto, che gli stessi ricercatori che la formularono hanno in seguito sconfessato).

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Se la manosfera esisteva già, come contenuto se non ancora come definizione, nei forum di nicchia dei primi anni Duemila, oggi la sua forza risiede nella capacità di sfruttare algoritmi, intelligenza artificiale generativa, meme e statistiche fuorvianti per trasformare rabbia, frustrazione e polarizzazione in visualizzazioni, follower e guadagni. Gli algoritmi delle piattaforme come ben sappiamo non aderiscono ad alcuna ideologia: il loro obiettivo è mostrare contenuti capaci di trattenere l’utente il più a lungo possibile, e i contenuti che generano rabbia o identificazione emotiva funzionano particolarmente bene per questo scopo con questa classe di utenti.

Diversi studi accademici confermano il meccanismo: una ricerca dello University College di Londra ha segnalato il ruolo degli algoritmi nell’amplificare contenuti misogini e dannosi per i più giovani, mentre un’analisi della Monash University sottolinea come questi possano amplificare contenuti antifemministi e modelli di mascolinità estrema, proprio perché sono capaci di generare un alto coinvolgimento. Il rischio, spiegano i ricercatori, è che la ripetizione trasformi un’opinione estrema in un’apparente normalità: dopo decine di clip simili, la stessa idea può sembrare diffusa, condivisa, quasi ovvia (è lo stesso meccanismo su cui si regge, da sempre, la disinformazione).

Una ricerca dell’Università Cattolica sottolinea però un punto importante: la radicalizzazione non è un dato inevitabile, ma un processo fortemente influenzato da come, quanto e dove gli uomini consumano contenuti digitali. La linea tra un video di auto-aiuto sulla solitudine maschile e un contenuto apertamente ostile verso le donne, aggiungono gli studiosi, può diventare sottile e difficile da tracciare per chi non è esperto. Ed è proprio in questa zona grigia che la manosfera recluta “adepti”.

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I dati raccontano un fenomeno reale. Un’indagine Ipsos che ha fatto scalpore e diffusa per l’8 marzo di quest’anno, ha mostrato come tra i giovani uomini della GenZ il 31% concordi con l’idea che una moglie debba sempre obbedire al marito, e il 33% ritenga che il marito debba avere l’ultima parola nelle decisioni importanti in famiglia. Più in generale, gli stessi dati indicano che gli uomini Gen Z risultano il gruppo più incline ad aderire a idee tradizionali sui ruoli sia femminili sia maschili, in netto contrasto con le coetanee, generalmente più progressiste. Si è aperta insomma una frattura crescente tra giovani donne e giovani uomini su uguaglianza, ruoli di genere e visione del mondo, una polarizzazione che diverse testate hanno soprannominato “gender gap generazionale”.

La parte più inquietante della manosfera non è la sua superficie, spesso fatta di consigli motivazionali, ironia, nostalgia per un “ordine” più semplice, ma ciò a cui può condurre. Il documentario Netflix Louis Theroux: dentro la manosfera, uscito a marzo 2026, ha ben mostrato come il processo di radicalizzazione digitale possa fungere da porta d’accesso principale verso l’ideologia del suprematismo bianco, con figure di spicco della manosfera riprese, durante l’inchiesta, mentre intonavano cori antisemiti.

Sul fronte della violenza concreta, il quadro è documentato da tempo. Il GNET (Global Network on Extremism and Technology) ha catalogato gli attacchi verificati commessi da incel (celibe involontario) tra il 2015 e il 2021, contando 44 vittime, tra cui una bambina di tre anni. Non si tratta di episodi isolati e silenziosi: gli autori di questi attacchi non si limitano ad agire: lasciano testi, video, dichiarazioni, citano i loro predecessori, inserendosi consapevolmente in una catena esplicitamente coltivata nei forum. È la stessa dinamica, aggravata dai social, che nel 2014 portò Elliot Rodger a uccidere sei persone a Santa Barbara dopo aver pubblicato un lungo manifesto contro le donne, un caso considerato ancora oggi l’origine simbolica del fenomeno.

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C’è un aspetto della manosfera che riguarda l’Italia molto da vicino, e che raramente entra nelle aule di tribunale: il legame tra questi ambienti online e i femminicidi che avvengono nel mondo reale. Non si tratta solo di un terreno culturale che precede la violenza, ma di un meccanismo che continua a lavorare anche dopo, trasformando gli autori di femminicidio in figure da “venerare”. Dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin, in alcune chat Telegram riservate agli uomini gli utenti hanno impostato come immagine del profilo il volto di Filippo Turetta, il suo assassino. Nei forum incel italiani circolano definizioni che lo descrivono come un martire perseguitato dal sistema, mentre le vittime di femminicidio vengono derise e private della loro umanità attraverso sigle spersonalizzanti. Lo stesso schema si è ripetuto dopo l’omicidio della studentessa Sara Campanella, uccisa a Messina nel 2025.

Questa “glorificazione” non resta confinata nel web. A marzo 2026 un diciassettenne di Perugia è stato arrestato mentre pianificava una strage nella propria scuola: tra i suoi idoli, insieme a stragisti internazionali, indicava esplicitamente Filippo Turetta. È la prova concreta di come il processo funzioni in entrambe le direzioni:  la manosfera prepara il terreno alla violenza e poi la riconsacra come esempio, alimentando un ciclo che rischia di produrre nuove vittime.

Non è un fenomeno solo italiano, ed è confermato anche dalla ricerca accademica internazionale. Uno studio del 2023 sulla violenza domestica ha ricostruito, attraverso le narrazioni pubblicate su Reddit da ex partner di uomini frequentatori della manosfera, casi in cui la violenza in una relazione è iniziata o è peggiorata proprio dopo l’ingresso del partner in questi ambienti online uno dei pochi tentativi accademici di tracciare un nesso causale diretto tra consumo di contenuti e violenza reale, più che un semplice terreno culturale comune. Lo stesso schema di glorificazione osservato per Turetta è stato documentato anche fuori dai confini italiani: un’analisi dei commenti su X dopo l’omicidio di due donne in Turchia nell’ottobre 2024 ha rilevato come le narrazioni tipiche della manosfera comparissero sistematicamente nelle discussioni online sui femminicidi, con una parte degli utenti che minimizzava o giustificava apertamente la violenza subita dalle vittime.

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Eppure, questo mondo resta in gran parte invisibile a chi dovrebbe intercettarlo per primo. Molte donne non sanno nemmeno che questi ambienti esistono, e lo stesso vale spesso per magistrati e avvocati chiamati a valutare le motivazioni di un femminicidio: quando la sentenza sul caso Turetta ha escluso l’aggravante della crudeltà, derubricando le 75 coltellate a “inesperienza”, la famiglia Cecchettin l’ha definita come un ulteriore colpo inferto a Giulia; nello stesso momento, online, negli stessi forum, quella sentenza diventava nuova propaganda. Riconoscere l’esistenza della manosfera, per chi si occupa di giustizia di genere, non è più un dettaglio accessorio: è una chiave interpretativa che manca ancora a troppi tavoli decisionali.

Comprendere il successo della manosfera significa evitare due scorciatoie opposte: liquidarla come pura patologia individuale, oppure negarne la pericolosità in nome della libertà d’espressione. La realtà, più scomoda, è che questi ecosistemi rendono desiderabile un certo ritorno all’ordine: ruoli chiari, gerarchie rassicuranti, controllo presentato come protezione. In un momento storico segnato da precarietà, ansia e smarrimento, quella promessa può apparire rassicurante a ragazzi che non trovano altrove risposte alla propria solitudine.

Non è un caso che parte del pubblico più giovane e vulnerabile venga intercettato proprio nei momenti di maggiore fragilità identitaria: la manosfera offre risposte semplicistiche a problemi complessi legati all’identità, alle relazioni e al ruolo di genere, confezionate in un linguaggio (meme, sfide, dirette) pensato apposta per diventare virale.

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Le proposte che circolano tra ricercatori ed educatori convergono su alcuni punti: informazione nelle scuole per insegnare a riconoscere i meccanismi algoritmici, (qui, su altroconsumo.it c’è una tabella molto utile per aiutare i ragazzi a rendersi conto di essere strumenti in mano al marketing, così come un elenco di suggerimenti per genitori su kidslock) spazi reali (non solo digitali) di confronto sulla mascolinità e sul disagio maschile, e una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme sui contenuti che promuovono.  Il nodo di fondo resta ovviamente culturale: riconoscere che il disagio maschile è spesso reale e merita ascolto (solitudine, precarietà, crisi di ruolo), PRIMA che diventi il varco d’ingresso per un’ideologia che trasforma la frustrazione in odio organizzato.


A questo articolo è allegata una sitografia ragionata (italiana e internazionale). Che è stata preparata con l’aiuto di Claude.ai, ma che è stata consultata e verificata in ogni singola voce dall’umana Carla Scarsi.

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