Ci sono episodi che segnano un confine. Se la camorra è arrivata a minacciare non solo la collega Luciana Esposito, giornalista coraggiosa che racconta il malaffare di Napoli Est, nonché componente del consiglio direttivo di GiULiA Giornaliste, ma anche gli uomini incaricati della sua protezione (come lei stessa racconta qui), allora non siamo più di fronte alla sola intimidazione di una cronista scomoda. Siamo davanti a una sfida aperta allo Stato.
Luciana Esposito vive da tempo sotto scorta perché ha scelto di fare ciò che il giornalismo dovrebbe fare sempre: raccontare, documentare, denunciare. Ha illuminato gli interessi criminali della camorra, pagando un prezzo altissimo in termini di libertà personale. Colpire chi la protegge significa fare un salto di qualità perché vuole affermare che nemmeno la presenza dello Stato costituisce un limite al potere intimidatorio dei clan.
Le mafie non agiscono mai senza un significato. Ogni minaccia è un messaggio. E minacciando Luciana e la sua scorta vogliono dimostrare che possono arrivare ovunque, che nessuno è intoccabile, che persino chi indossa una divisa deve sentirsi vulnerabile.
Ma anche questo è un messaggio, non un editoriale. Non è un pizzino che passa furtivo di mano in mano, ma è un messaggio pubblico, chiaro, trasparente, di grado zero come direbbero i semiologi. Non ha cioè bisogno di essere interpretato. Noi giornaliste di GiULiA non siamo disposte ad accettare supinamente intimidazioni tali da mettere in pericolo valori che vanno oltre la libertà d’informazione.
È una strategia antica quanto la criminalità organizzata: isolare chi denuncia, logorarlo psicologicamente, convincerlo che il prezzo della verità sia troppo alto. Ma Luciana non è sola, perché le giornaliste attive in GiULiA sono centinaia in tutte Italia e sanno fare il proprio lavoro. Non basta, perché quando nel mirino finiscono anche gli agenti della scorta, è chiaro che l’obiettivo si allarga. Non si vuole soltanto mettere a tacere una giornalista, si vuole incrinare la credibilità dello Stato e insinuare che la sua protezione sia fragile, vulnerabile.
Questo non è un editoriale, ma è una presa di posizione perché questa vicenda riguarda tutte e tutti noi perché colpisce la nostra identità profonda, il senso del nostro mestiere, la nostra quotidianità.
In questo periodo si parla tanto di scorte ai giornalisti, spesso a sproposito. Ricordiamo che le scorte non sono un privilegio, ma un sacrificio perché i colleghi e le colleghe oggetto di minacce rinunciano a una parte della propria vita privata per garantire ad altri il diritto di continuare a esercitare una libertà costituzionale. Minacciare uomini e donne delle scorte, lavoratori che svolgono il proprio dovere con disciplina e coraggio, significa colpire lo Stato.
Abbiamo detto che questo non è un editoriale e non vuole essere nemmeno una sfida. Ma una promessa, sì. La risposta non può essere soltanto la solidarietà; deve tradursi in una presenza ancora più forte delle istituzioni, in un sostegno concreto al giornalismo d’inchiesta (e questo vorrei scriverlo a lettere maiuscole) e in un riconoscimento pubblico del lavoro di chi protegge chi racconta la verità.
La risposta di uno Stato democratico deve essere una sola: più legalità, più informazione, più tutela a chi non ha scelto di piegarsi.
Questo non è un editoriale, ma una denuncia, un messaggio, una presa di posizione. E anche una promessa. GiULiA continuerà a tenere accese le luci, a tenere i fari puntati sulle colleghe vittime di queste situazioni che tanto limitano la vita e il lavoro. Noi continuiamo a tenere gli occhi aperti su di loro facendo il nostro mestiere: dare le notizie. E, anche quando non scriviamo editoriali, non stiamo zitte.
