Fuorigioco sui media: perché lo sport delle donne è ancora un tabù

Il libro di Mara Cinquepalmi, "Tabù. Di donne, sport e informazione". è un viaggio necessario in un florilegio di pregiudizi: dal calcio femminile definito "scimmiesco" da Pasolini alle arciere di Rio 2016 chiamate "cicciottelle". Molte battaglie vinte, molte da fare

Fuorigioco sui media: perché lo sport delle donne è ancora un tabù
Foto di Selma DA SILVA su Unsplash
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Paola Rizzi Modifica articolo

24 Gennaio 2026 - 16.51


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Quale sarà mai stata «la cosa più antiestetica che gli occhi umani potessero contemplare?». Per Pierre De Cubertin, inventore delle Olimpiadi moderne, una donna che pratica uno sport qualsiasi: non a caso nel 1896,  data dei primi giochi olimpici ad Atene, si oppose strenuamente alla partecipazione delle donne, per lui spettacolo inconcepibile. Un tabù, che attraversa tutta la storia dello sport e che dà il titolo al libro di Mara Cinquepalmi, giornalista esperta di sport e linguaggio, che con GiULiA giornaliste ha già pubblicato Donne Media e Sport. Ora in Tabù. Di donne, sport e informazione, Cinquepalmi ci conduce in un viaggio a tappe nella storia della discriminazione di genere nello sport, con un occhio speciale alla rappresentazione molesta che ancora oggi ritroviamo sui media.

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Sul fatto che sia bello o brutto vedere donne che praticano lo sport il libro è un florilegio. Con illustri e a volte insospettabili esempi: «Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo, un po’ scimmiesco, Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzòn».  A dirlo Pier Paolo Pasolini in una delle sue ultime interviste nel novembre 1975 sul Guerin Sportivo. Ma di perle ce ne sono innumerevoli: «Quando sento una donna parlare di tattica mi si rivolta lo stomaco», Fulvio Collovati (ex calciatore e commentatore); «Basta, non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche», Felice Belloli (ex presidente della Lega Nazionale Dilettanti), nel 2015, parlando di finanziamenti al calcio femminile; «Il calcio è un gioco maschio, non è per ballerine. Altrimenti ci mettiamo tutti le scarpine e andiamo a fare danza classica no? Questo è un gioco di maschi», Gianluca Petrachi (ex DS della Roma) nel 2019. Secca allora la risposta della Ct della nazionale femminile Milena Bertolini, che aveva parlato di parole del secolo scorso.

Le cose cambiano, anche se è una strada in salita: resterà negli annali della storia recente del calcio il ct della nazionale femminile Andrea Soncin che nelle interviste agli Europei 2025 ha iniziato ad utilizzare il femminile sovraesteso per riferirsi a se stesso e alla squadra, in segno di rispetto.

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Il linguaggio ha una parte importante nel libro di Cinquepalmi – che fa tesoro del lavoro di GiULiA giornaliste e delle ricerche linguistiche che stabiliscono come, dice la linguista Cecilia Robustelli, che «ciò che non si dice non esiste» – per quanto riguarda il modo in cui si definiscono atlete, difensore, arbitre, allenatrici. Ed è proprio Bertolini ad invitare a cambiare vocabolario, per esempio utilizzando “marcatura individuale” invece di “marcatura a uomo”. Ma soprattutto è il linguaggio dei media quello sotto esame, con lo sconfinamento continuo tra pratica sportiva e altre cose che non c’entrano nulla: estetica delle atlete, ruoli di genere, gossip. Qualche esempio di titolazione fornito dal libro fa capire meglio di cosa parliamo:  Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico; Sexy e grintose, sono mamme da copertina; Da Francesca a Sanja le più belle del Mondiale; Una passerella piena di top model? No, è un team di cricket femminile; Belle da scudetto; Mamme e mister, in panchina con il ‘pancione’; Dagli allenamenti al trucco: chi è Wierer, la regina del biathlon; Le italiane lo fanno meglio, una giornata storica. Tutta roba del XXI secolo intrisa di sessismo più o meno benevolo, bodyshaming, con il corpo delle atlete sempre in primo piano ad intralciare il racconto della performance sportive.  

Interessante il capitolo su una parola tabù, le mestruazioni, di cui fino a poco tempo fa era impossibile parlare, quando evidentemente ha una relazione con l’efficienza sportiva, come qualunque altra condizione fisiologica: a rompere questo non detto Federica Pellegrini in un’intervista nel 2017, praticamente ieri.

Un’altra questione riguarda, oltre alla qualità, anche la copertura mediatica dello sport praticato dalle donne, scarsissima e del tutto insufficiente, come segnala del resto ogni mese la rassegna di Giulia Sui Generis citata nel libro, sotto l’etichetta zero tituli.

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Il libro poi offre una ricchissima miniera di dati sulla pratica sportiva, sul gender pay gap, sul soffitto di cristallo, verrebbe da dire di cemento, nelle federazioni e nelle associazioni sportive, nonostante un aumento esponenziale delle tesserate e delle praticanti. Viene quasi da ridere, se non fosse deprimente, a leggere i diversi casi di discriminazione grossolana, come quando le squadre di calcio del Barcellona viaggiano sullo stesso aereo ma gli uomini in business e le donne in economy. E la fatica a riconoscere il professionismo delle atlete, apripista il calcio, ma con ancora molte difficoltà nel riconoscere i congedi di maternità, perché è la mamma sportiva è un bel format narrativo ma la realtà poi è un’altra e nella pratica concreta resta un tabù, un altro.   

Per tornare da dove abbiamo iniziato, ossia le  Olimpiadi, le donne poi sono state ammesse per la prima volta ai giochi di Parigi, nel 1900: erano 22, il 2% degli atleti. Ci sono voluti 124 anni per arrivare a 50/50, sempre a Parigi, nel 2024. Anche alle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina si annuncia una partecipazione femminile quasi paritaria del 47%, a Soči 2014 era stata del 40%. Quindi tutto a posto? Vedremo.


Tabù. Di donne, sport e informazione, di Mara Cinquepalmi, AUGH! Edizioni, pp. 160, 15 euro.

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