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L'adesivo che ti "salva". O forse no

Un adesivo che ti salva dalla droga dello stupro. Il marketing di prodotti che monetizzano un crimine, la violenza di genere, crea qualche dilemma e inverte l'onere del problema.

L'adesivo che ti "salva". O forse no
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Carla Scarsi Modifica articolo

26 Ottobre 2026 - 11.34


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41 milioni di visualizzazioni. Tanti hanno guardato questo reel, una pubblicità che si apre con “Il problema” e prosegue con “La soluzione”.

Il problema (sfondo scuro): sei in discoteca, stai bevendo, e un tizio con il cappuccio sugli occhi e l’andatura da ladro dei cartoni animati ti versa qualcosa nel bicchiere. La soluzione (sfondo chiaro, immagini rasserenanti): un adesivo (rosa?! ☹) sull’unghia. Prima di bere, con nonchalance, immergi il dito nel drink. Se cambia colore, ti stanno drogando. Facile, no?

Ci siamo chieste, sulla chat di Giulia Liguria, se valesse la pena dedicare un pezzo a questa trovata. Ne è valsa la pena, e non solo perché l’adesivo non funziona.

Non funziona

Non esiste un dato nazionale sui casi di violenza sessuale facilitata da sostanze: il reato non viene censito in modo distinto e le tracce svaniscono in fretta. Sappiamo però che l’adesivo non mantiene quello che promette. Per capirlo basta fare due chiacchiere con una fonte informata in un reparto di tossicologia. Le abbiamo chiesto quanti casi di “droga dello stupro” veda.

“Dipende, perché non sempre arrivano al tossicologico, anche perché il GHB sparisce in fretta e non riesci quasi mai a individuarlo. E poi ci sono mille altre droghe che contribuiscono a formare cocktail pericolosi, mica solo questa. Ma il problema non è questo: stanno già assumendo una droga consapevolmente, l’alcol, e ne assumono in quantità folle. Molto spesso incontriamo ragazze e ragazzi che bevono con l’intento di sballarsi, e il vero problema per noi è il coma etilico, non tanto il GHB.”

Aggiungiamo il resto. Questi reagenti riconoscono una sola sostanza, il GHB, tra moltissime altre (almeno un’ottantina). Gli effetti variano da persona a persona e dipendono dalla dose, che chi la somministra spesso non conosce nemmeno, perché non sa cosa contenga davvero ciò che versa nel bicchiere. Il GHB, acido gamma-idrossibutirrico, è incolore e inodore e agisce come potente depressivo del sistema nervoso. Il nostro cervello ne produce già piccole quantità, ma in dosi troppo alte può causare vomito, confusione, svenimento, coma e arresto respiratorio. Ma quanto è “troppo”, e per chi?

Non stiamo sottovalutando né la pericolosità né la vigliaccheria di chi usa queste sostanze. Diciamo che un adesivo non basta a difendersi.

Peggio: ti fa sentire al sicuro

Un test che non rileva tutto, produce un effetto ancor più insidioso dell’inefficacia: la falsa sicurezza. Ti amplifico un pericolo e ti vendo il rimedio nello stesso momento. Il rimedio non è tale, come spiega bene questo articolo di Mondo Sanità. Ma intanto mi tranquillizzo: ho l’adesivo (o il braccialetto, o qualunque altro oggetto prometta di svelare il pericolo) e bevo serena.

È il bere, come dice la tossicologa, il rischio più concreto, che diventa ancora più alto se l’adesivo ti convince di poter abbassare la guardia. Dell’alcool, infatti, sappiamo molto: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, 664.000 ragazzi tra gli 11 e i 24 anni bevono con l’intento di ubriacarsi, e ogni anno circa 4.100 minorenni finiscono al pronto soccorso.

Il problema non è nei colori del video

Riavvolgiamo il nastro, (come può dire solo una boomer). Chi deve salvarsi? La ragazza. Chi deve vigilare, controllare, testare, diffidare? Sempre lei. In questo reel è già vittima prima ancora di aver bevuto: il locale, il barman, gli amici, tutto fa da sfondo, e il compito di restare al sicuro ricade solo su di lei.

Eppure ci sono domande che il video non pone. Perché l’incappucciato non viene notato dal personale del locale? Perché non se ne accorgono gli amici della ragazza? Perché gli altri clienti non lo fermano, non lo isolano, non lo denunciano?

E soprattutto: dall’altra parte del bicchiere c’è un uomo, o un gruppo di uomini, che per arrivare a un rapporto sessuale ha bisogno di rendere incosciente una persona. Non è “fare l’amore”: è stupro. Una mentalità criminale che nel video viene data per scontata, come qualcosa da cui puoi solo ripararti, come fosse la pioggia.

Finché la prevenzione sarà una questione di ragazze che si organizzano (una resta sobria a turno, nessuno lascia il bicchiere incustodito), continueremo a insegnare loro a schivare il pericolo invece di eliminarlo. Si fa già per chi guida: qualcuno del gruppo non beve. Perché lo stesso impegno non riguarda i ragazzi, con un lavoro serio sul consenso, sulla prevaricazione, sulla gestione predatoria dei rapporti, su quella che si chiama educazione ai sentimenti?

Che cosa ci piacerebbe vedere

Un reel da 41 milioni di visualizzazioni in cui il protagonista è chi guarda: il barman che nota il gesto sospetto, l’amico che dice “Cosa hai messo lì?”, il gruppo che non gira la testa dall’altra parte. Locali con personale formato a riconoscere e intervenire. Campagne rivolte ai ragazzi, non alle loro vittime potenziali.

L’adesivo cambia colore, la cultura no, mentre è su questo – ma lo sapevamo già – che dovremmo lavorare.

Un po’ di dati? Non ce ne sono

Nelle statistiche ufficiali sulle violenze sessuali del Ministero dell’Interno il reato è registrato come violenza sessuale, senza distinguere se sia stata usata una sostanza. Una mozione discussa al Senato nel gennaio 2025[3] sui reati di violenza sessuale commessi con l’ausilio di sostanze parte proprio dal fatto che i dati disponibili non forniscono una rappresentazione totale del fenomeno e non accenna minimamente ad una prevenzione sull’educazione affettiva. Affronta soltanto il problema in sé, una volta avvenuto.

Molti casi poi non emergono. Come ci diceva la tossicologa, il GHB sparisce in fretta, e se la denuncia arriva dopo qualche giorno nelle urine o nel sangue non ci sono tracce. In più, chi è stata drogata spesso non ricorda, e questo ostacola la denuncia.

Un dato (ma del 2021) della Guardia di Finanza, riportata da un’inchiesta del Fatto quotidiano, segnalava un’altra discrepanza: le quantità sequestrate sono sempre più alte, mentre i casi di stupro accertati sono molto pochi. Quindi il fenomeno è probabilmente sottostimato, ma non quantificabile.


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