Quindici anni di parole cambiate, battaglie condivise, diritti difesi e di un’idea di giornalismo che non si limita a raccontare la realtà, ma prova a renderla più giusta. Quindici anni di impegno, ricerca e battaglie culturali e professionali per un’informazione capace di raccontare il mondo senza stereotipi né disuguaglianze.
È questa la storia di GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome, che il 28 settembre ha celebrato il suo quindicesimo anniversario nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, con l’incontro GiULiA 15 anni dopo – Diritti sotto attacco. Donne contro la cultura machista, moderato dalla past president Alessandra Mancuso e dalla giornalista Rai Ilaria Sotis.
Un anniversario che ha avuto anche un importante riconoscimento istituzionale: per l’occasione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito all’evento la Medaglia presidenziale. Un riconoscimento che assume un significato che va oltre la ricorrenza e che richiama la piena attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza e libertà, dentro e fuori il mondo dell’informazione.

GiULiA è nata il 21 settembre 2011 con l’obiettivo di promuovere le pari opportunità delle giornaliste e una rappresentazione non stereotipata delle donne nel sistema dell’informazione. Da allora centinaia di giornaliste, in tutta Italia, hanno lavorato sul rapporto tra linguaggio, potere e realtà, contribuendo a cambiare pratiche professionali, parole e modalità di racconto.
Un percorso costruito sulla base di un manifesto fondativo ispirato alla Costituzione antifascista e che, quindici anni dopo, continua a interrogare il mondo dell’informazione proprio nel momento in cui molte delle questioni da cui l’associazione era partita restano ancora aperte.

A raccontare questa storia collettiva sono state innanzitutto alcune delle protagoniste che l’hanno costruita. E’ stata Silvia Garambois, past president di GiULiA Giornaliste, una delle fondatrici dell’associazione, a ricordare le prime battaglie sul linguaggio e il modo in cui, quindici anni fa, i giornali raccontavano ancora i femminicidi parlando di “raptus”, “delitto passionale” o “troppo amore”. La conquista della parola femminicidio nel linguaggio giornalistico è stata una delle battaglie culturali più significative di quegli anni. Non una semplice questione lessicale, ma la richiesta di riconoscere una realtà: la violenza contro le donne non è soltanto una somma di tragedie individuali, ma è legata a rapporti di potere e a una struttura sociale nella quale le disuguaglianze continuano a produrre conseguenze concrete.
Sulle radici di GiULiA ancorate nel femminismo sono intervenute Marina Cosi, past president dell’associazione e la storica del pensiero politico Francesca Izzo.
Ma sono stati l’attualità e lo sguardo al futuro a dominare la discussione. A partire dai dati forniti da Monica Paiella della Direzione Centrale Studi e Ricerche dell’Inps, con lo studio “La presenza delle donne nell’informazione”. Nel 2024 le donne rappresentavano il 43% dei giornalisti dipendenti, un punto in più rispetto al biennio 2022-2023. Ma la distribuzione cambia profondamente con l’età. Tra le giornaliste sino ai 30 anni emerge un dato incoraggiante: sono più numerose dei coetanei uomini e guadagnano mediamente addirittura il 5,3% in più. Tra il 2022 e il 2024, inoltre, le retribuzioni delle giornaliste sono cresciute complessivamente del 7%, contro il 4% degli uomini. Complessivamente però è un divario retributivo che si è ridotto sì, ma era il 17,9% nel 2022 e nel 2024 è “solo” il 14,7%, ossia 8000 euro in meno alle giornaliste in un anno. E quella riduzione delle retribuzioni maschili coincide con il pensionamento di maschi in ruoli apicali molto ben retribuiti. Infatti tra i 56 e i 60 anni il divario retributivo raggiunge il 16%. E nella fascia di reddito superiore ai 100 mila euro annui, su tre giornalisti soltanto uno è donna. La contraddizione è evidente: le donne aumentano, ma non aumentano nella stessa misura il loro reddito, il loro potere decisionale e la loro presenza ai vertici. Interessante il confronto con lo scenario internazionale: a fronte di una percentuale simile di giornaliste, quelle ai vertici sono di più.
Dietro quei numeri ci sono carriere che si interrompono, rallentano o diventano più difficili.Tra i fattori strutturali indicati nello studio c’è la cosiddetta child penalty, cioè l’impatto della maternità sulla continuità lavorativa e sulla crescita del reddito. A questa si aggiunge il peso del lavoro di cura, ancora distribuito in modo diseguale. La questione non riguarda dunque soltanto la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, ma quella di rimanerci e crescere.
È il tema del soffitto di cristallo: una barriera spesso invisibile che diventa evidente quando si osserva la distribuzione delle posizioni più remunerate e di maggiore responsabilità.
Il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani, ha sottolineato come il precariato colpisca in particolare le donne e possa arrivare a costringerle ad abbandonare la professione. Una questione che collega direttamente la battaglia per la parità a quella per la qualità del lavoro.
Nella tavola rotonda “Le compagne e i compagni di viaggio” sono intervenute oltre allo stesso Di Trapani, Monia Azzalini, dell’Osservatorio di Pavia, del Global Media Monitoring Project e di 100esperte; Elisa Giomi, consigliera AGCOM; Carlo Bartoli, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti; Flaminia Saccà, professoressa dell’Università di Roma “Sapienza” e presidente dell’Osservatorio STEP e Federico Faloppa, linguista dell’Università di Reading e fondatore della Rete Nazionale contro i discorsi e i fenomeni d’odio.
La presenza di competenze così diverse restituisce la natura trasversale delle battaglie di GiULiA: il problema della rappresentazione femminile non riguarda soltanto le giornaliste, ma investe il modo in cui i media costruiscono l’immagine della società. E riguarda anche il linguaggio d’odio, la rappresentazione politica, l’accesso alle responsabilità, il rapporto tra informazione e discriminazioni.
Carlo Bartoli ha ribadito il sostegno del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti alle battaglie dell’associazione e ha richiamato il tema della rappresentanza femminile ai vertici della professione, osservando che i tempi sono maturi perché una donna arrivi alla presidenza del Consiglio nazionale dell’Ordine.
Prima della violenza vengono gli stereotipi. Il tema dell’informazione si intreccia inevitabilmente con quello della violenza di genere. Linda Laura Sabbadini ha portato al convegno un dato che riguarda l’infanzia e che rende ancora più urgente interrogarsi sulle radici culturali della violenza: il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, circa tre milioni di persone, dichiara di aver subito violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni. Tra le donne straniere la percentuale indicata è dell’11,4%, pari a oltre 244 mila persone.
E oltre il 58% delle donne che hanno subito violenza da bambine non ne ha parlato con nessuno. «Non stiamo parlando di un fenomeno marginale, ma di un abuso strisciante che attraversa le relazioni e l’intera comunità», ha sottolineato Sabbadini. La prevenzione, secondo la statistica, deve cominciare prima che la violenza si manifesti. Deve partire dagli stereotipi di genere e dall’educazione, intervenendo sull’idea che essere uomo significhi dominare e che certi comportamenti possano essere giustificati.
Da qui la richiesta di una politica nazionale capace di intervenire fin dalla scuola dell’infanzia e primaria, attraverso l’educazione affettiva e sessuale. Molte le politiche presenti, a cominciare dalla senatrice Pd Valeria Valente che ha ospitato l’iniziativa, oltre a Cecilia D’Elia, Pd, Marianna Madia, Iv, Elisabetta Piccolotti, Avs, Maria Domenica Castellone, M5S, tutte molto preoccupate dei segnali di regressione in materia di genere da parte dell’attuale Governo, a cominciare dalla legge elettorale, la legge sul consenso o sull’educazione sessuo affettiva.
Educare al rispetto e al consenso significa, in questa prospettiva, intervenire sulla cultura prima ancora che sulla cronaca. Il linguaggio come forma di responsabilità. È una convinzione che attraversa tutta la storia di GiULiA.
La presidente Serena Bersani, nela sessione dedicata al futuro da costruire assieme a Lara Ghiglione, della segreteria nazionale CGIL ha sottolineato il valore collettivo del percorso dell’associazione e ha ricordato come il riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica sia un segno di attenzione verso quindici anni di strada percorsa insieme. Bersani ha inoltre denunciato il ritorno del body shaming e dell’insulto sessista come strumenti di derisione e delegittimazione delle donne nel dibattito pubblico e politico. Il rischio, ha osservato, è che questo clima venga progressivamente normalizzato. È qui che torna la responsabilità di chi informa: non voltarsi dall’altra parte, non trasformare l’insulto in spettacolo, non riprodurre stereotipi e non considerare neutre parole che neutre non sono. Quindici anni fa GiULiA aveva cominciato proprio da questo terreno. Oggi la sfida è ancora aperta, ma si è allargata. GiULiA ha quindici anni, ma le questioni che hanno portato alla sua nascita sono ancora vive. Sono cambiate le parole, è cresciuta la consapevolezza, è aumentata la presenza delle donne nel giornalismo. Ma non sono ancora cambiate abbastanza le condizioni che determinano reddito, carriera e potere.
Come ha ricordato Bersani, non esiste una sola “prima donna” che raggiunge un traguardo: esiste una comunità che apre la strada a chi viene dopo. I numeri raccontano che quella strada è stata percorsa. Ma raccontano anche quanto ancora resti da fare.
