La maturità senza donne e l'eterno processo al corpo di Michela Murgia

Due episodi in pochi giorni, due facce della stessa medaglia: la scomparsa delle scrittrici nelle tracce dei temi di maturità e il ritorno carsico e persino postumo delle accuse a Murgia di essere "violenta" per via della sua "bruttezza". Cambiare le tracce è un inizio minimo. Cambiare i manuali è urgente. Ma cambiare lo sguardo – quello con cui guardiamo le scrittrici, le pensatrici, le attiviste – è la vera partita.

La maturità senza donne e l'eterno processo al corpo di Michela Murgia
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Annissa Defilippi Modifica articolo

22 Giugno 2026 - 09.18


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Ancora una volta. Per il ventisettesimo anno consecutivo, dalla riforma del 1999 a oggi, nessuna autrice donna è stata scelta per la prova di analisi del testo della maturità nella sessione ordinaria. Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, sì. Grazia Deledda, nel centenario del suo Nobel per la Letteratura? Niente. Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Alda Merini, Sibilla Aleramo? Solo nelle prove suppletive o straordinarie, come eccezioni per chi non può sostenere l’esame con tutti gli altri. Su sette tracce totali, una sola firma femminile: una giornalista tedesca, Wenke Husmann.

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Le studentesse e gli studenti si sono ritrovati di fronte a un panorama in cui la cultura che “conta” – quella degna di essere analizzata nell’esame che chiude il ciclo scolastico – è ancora, rigidamente, maschile. I manuali di letteratura del triennio lo confermano: le scrittrici rappresentano tra il 2,7% e l’8,8% degli autori antologizzati. Non è un dettaglio statistico. È il messaggio che passiamo alle nuove generazioni: le grandi domande, le grandi storie, il grande pensiero è appannaggio degli uomini. Le donne, quando ci sono, sono note a margine o parlano di “meraviglia” e “incanto”, mai di storia, politica, conflitto.
Non è un caso. È la conseguenza di un canone che si riproduce da solo, in cui la scrittura delle donne viene considerata, nel migliore dei casi, un’appendice. Nel peggiore, una minaccia.

Mentre i maturandi si confrontavano con questo vuoto, nelle cronache culturali esplodeva l’ennesimo episodio che racconta esattamente lo stesso meccanismo di cancellazione. Durante il tour del Premio Strega, Michele Mari – scrittore affermato, finalista con I convitati di pietra, autore tra l’altro di Leggenda privata, libro in cui racconta con lucidità e dolore come la luce di sua madre fosse costantemente oscurata dalla postura del padre – si sarebbe lasciato andare a giudizi pesantissimi su Michela Murgia. Secondo le ricostruzioni, avrebbe liquidato la sua intransigenza e la sua forza polemica come il frutto di una “bruttezza” che la rendeva “violenta” e frustrata. Teresa Ciabatti, anche lei finalista, ha reagito con durezza. Mari ha smentito di aver parlato dell’aspetto fisico. Ma il solo fatto che una tale narrazione abbia circolato, e che riecheggi commenti vecchi di anni (“brutta come l’orco”, si diceva di Murgia), dice tutto su quanto sia ancora socialmente accettabile – o almeno non abbastanza scandaloso – applicare alle intellettuali donne uno sguardo sessista che non si applicherebbe mai a un uomo della stessa levatura.

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Bianca Pitzorno, sul Corriere, lo ha detto con la chiarezza di chi ha visto intere generazioni di scrittrici ridotte a cliché: noi donne che scriviamo facciamo paura. Soprattutto se siamo nubili, se non abbiamo un uomo al fianco che ci legittimi, se non siamo “belle” secondo i canoni, se siamo arrabbiate, se abbiamo opinioni forti. Allora deve per forza trattarsi di frustrazione, di risentimento, di “bruttezza” che trabocca. Mai di intelligenza, di etica, di talento, di visione del mondo. Mai di una voce che ha diritto di esistere a pieno titolo.

Il paradosso è crudele e illuminante. Un uomo che ha attraversato il Novecento guardando sua madre essere depotenziata dal patriarcato familiare, diventato adulto e ormai anziano, non riesce a conservare con sé quella luce e usa invece lo sguardo del padre per parlare di un’altra donna – una delle più brillanti e scomode della sua generazione, che avrebbe potuto essere sua figlia. Non è un residuo del passato. È la riaffermazione del presente: quello in cui il “politicamente corretto” viene dipinto come il vero pericolo, e la libertà di parola viene invocata per riabilitare giudizi che feriscono, escludono, oscurano. Un mondo in cui si può ancora dire, senza troppo imbarazzo, che una donna “cattiva” lo è perché brutta, e non perché ha scelto di non stare zitta.

La maturità senza donne e il caso Mari-Ciabatti non sono due episodi slegati. Sono due facce della stessa medaglia. Finché la scuola continuerà a proporre un canone quasi esclusivamente maschile, e finché negli ambienti letterari – anche tra chi dovrebbe aver capito cosa significa essere marginalizzati – si continuerà a giudicare le intellettuali dal corpo invece che dalle parole, le nuove generazioni cresceranno con l’idea che la cultura seria è cosa da uomini, e che le donne che ci entrano lo fanno a loro rischio e pericolo.

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Cambiare le tracce è un inizio minimo. Cambiare i manuali è urgente. Ma cambiare lo sguardo – quello con cui guardiamo le scrittrici, le pensatrici, le attiviste – è la vera partita. Perché finché useremo lo sguardo del padre per parlare delle figlie, continueremo a oscurare la luce che potrebbe illuminare tutti. E a far finta che sia normale.


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