In Ladies First, il patriarcato allo specchio: non serve cambiare il "padrone", ma il paradigma | Giulia
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In Ladies First, il patriarcato allo specchio: non serve cambiare il "padrone", ma il paradigma

Dietro la commedia con Sacha Baron Cohen e Rosamund Pike, un esperimento sul sessismo che funziona solo se letto come una critica agli stereotipi, non come il loro semplice capovolgimento

In Ladies First, il patriarcato allo specchio: non serve cambiare il "padrone", ma il paradigma
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Elena Nieddu Modifica articolo

4 Luglio 2026 - 10.56


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Ladies First di Thea Sharrock, disponibile sulla piattaforma Netflix, è un film pieno di domande.
Su tutte, una trionfa: ci è o ci fa?
Se ci è, lo metto nella lista dei cattivi. Ma se ci fa, scriverei il film dall’altra parte della riga di gesso.
Non mi azzardo a dare stelline o palline; perché non è il mio mestiere, primo, e poi perché, secondo me, qui il punto è un altro.

Racconto la trama senza spoilerare. A differenza di quanto accade nel francese Je ne suis pas un homme facile di Eléonore Pourriat, di cui Ladies First è un libero rifacimento, qui siamo a Londra, in un tempo che assomiglia al nostro.
Sacha Baron Cohen è Damien Sachs, capo account di una grossa agenzia pubblicitaria. Un bel dì, uno dei maggiori clienti del suo portfolio lo costringe a qualcosa che mai e poi mai, neanche sotto minaccia di decapitazione, avrebbe fatto: promuovere una donna. Sai, gli dice il cliente, mala tempora currunt: il consiglio di amministrazione vuole vedere una signora («female representation») al comando, altrimenti cambierà agenzia. «Non sei aggiornato» ribatte Damien, strizzando virilmente l’occhio mentre manda una palla in buca. Un nuovo direttore creativo lo hanno nominato da poco, informa, ed è una “lei”. 

Il bluff funziona ma, per avere effetto, deve essere realizzato. Così Damien chiama Ruby – l’assistente avvezza a mollare al telefono le sue ex e a comprare regali di compleanno alla madre adorante – e le chiede un nome, un nome di donna: quello della collega da promuovere.
«Alex Fox!» dice prontamente Ruby, perché è la prima che le viene in mente.
Ora, sarà che sono fissata, ma il nome del personaggio, interpretato da Rosamund Pike, mi pare una strizzata d’occhio a The Morning Show, la serie di Apple TV che abbiamo già recensito qui. Come, del resto, lo è lo stile con cui il film si sviluppa nella prima parte: quella più azzeccata, in cui ricostruisce certe dinamiche aziendali.
La prescelta è, infatti, una donna che gli stilemi del patriarcato collocano ai margini: sola, non più giovane, madre single e udite udite, gentile. Un velo di Maya rosa pastello le oscura lo sguardo. Idiota, in senso letterario; stupida, se vogliamo metterci al livello di Damien e della sua ciurma ridacchiante. I colleghi stessi la emarginano: la sua compagnia non vale caffè o aperitivi, perché non sarebbe in grado di ripagarli in favori.
Di punto in bianco, Alex si ritrova in sala riunioni con altri colleghi maschi per progettare una nuova campagna, il cui obiettivo è rendere più femminile un prodotto macho che più macho non si può, cioè una certa birra scura irlandese. Credendo di essere stata promossa per le sue capacità, Alex vorrebbe addirittura parlare. Mal gliene incoglierà: dopo essere stata interrotta più volte, riuscirà a pronunciare un’intera frase, ma incasserà la reazione del capo: «Grazie per la tua presenza in questa stanza». Di lì a poco, origliando una conversazione fra questi e un collega, scoprirà l’amara verità: è per il pink washing che è diventata direttore creativo ovvero, chiarisce Damien, «solo perché sei donna». In uno scatto di orgoglio, Alex si licenzia. Raccatta le sue quattro cose e si butta giù per le scale mobili, rincorsa da Damien che le sciorina un mantra costellato di «siete troppo sensibili» e «l’emotività ti ha sopraffatta». Finché, giunto sul marciapiede, per ricambiare il sorrisetto di una sconosciuta, Damien non tira una capocciata contro il palo che regge l’indicazione stradale per King’s Cross. Si sveglierà in un mondo in cui sono le donne a comandare. 

Ecco. Fin qui, secondo me, il film resta nella lista dei buoni. I problemi incominciano adesso. Quello governato dalle donne è, infatti, un mondo speculare al nostro. Non è un mondo civile nato dal superamento delle schifezze odierne, no. È strapieno di ingiustizie, viste come attraverso un negativo, dove qui è bianco, lì è nero. Le donne comandano usando gli stessi stereotipi del patriarcato in una Londra in cui, sulle fiancate degli autobus, sfilano hamburger posizionati su certe parti del corpo maschile. Buttate sul divano, ruttando e scorreggiando, guardano partite di calcio femminile, mentre i mariti sfaccendano in cucina. Invitano i loro collaboratori a rendez-vous mascherati da colloqui nelle stanze d’albergo (che cosa vi ricorda?), li ricevono indossando accappatoi bianchi. Sono fissate con l’estetica e sottopongono i loro partner a raccapriccianti cerette. Damien accetta l’ordalia, perché ha scoperto come tornare nel suo paradiso maschilista. Glielo ha detto un ex manager che dà da mangiare ai piccioni e che a me ha fatto venire in mente la vecchina davanti a St. Paul in Mary Poppins. La via, gli dice, non è tirare testate al palo che regge l’indicazione per Queen’s Cross, bensì diventare amministratore delegato della sua agenzia e farlo con ogni mezzo, secondo una dinamica matriarcale mutuata, indovinate un po’? Dallo stereotipo maschile della “donna che ha fatto carriera”. 

È qui che, secondo me, si annida la domanda fondamentale: il film ci è o ci fa?
Primo caso: ci è. Rappresentare un mondo femminile in cui le donne possano dire agli uomini «ora tocca a te strapparti tutti i peli senza anestesia» è catartico. In questo caso, il film non sarebbe molto migliore rispetto a certi classici del genere “tirannia-esperienza-redenzione”: come The Family Man, ad esempio, o il buon vecchio Scrooge di Canto di Natale di Dickens.
E ora veniamo al «ci fa». Il meccanismo, qui, è più sottile. Mostrandoci ribaltati i peggiori caratteri del sessismo, il film ottiene due risultati. Il primo: esce dalla retorica prevedibile dell’attribuire il carattere della perfezione a un eventuale mondo governato dalle donne. 
Il secondo: risultando urticante al pubblico maschile, Ladies First ne cattura l’attenzione. Costringe lo spettatore a misurarsi con ciò che vede: a chiamarsene fuori, a riconoscere certi comportamenti e a soppesarne la bruttezza, anche in vista di una redenzione. In questo secondo caso, ci dice che la soluzione non è quella di ripagare gli uomini con le loro stesse, tristi monete, bensì di cooperare: mettersi insieme a costruire un mondo che almeno provi a essere migliore.
Come avrete capito, propendo per l’ipotesi del «ci fa», della quale sposo anche la spruzzata di zucchero con cui, a mio avviso, la regista ci vuole indicare la via di una forma mentis diversa per superare il conflitto. Anche perché, ragazze, diciamocelo serenamente: non è che siamo tutte innocenti. A volte ci condanniamo pure tra di noi, basta niente per finire arrostite. Il patriarcato, come un virus, ci ha colonizzate e l’ha fatto in forme molto astute.
Ma questa, direi, è un’altra storia.


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