Bersani: «Le regole del Manifesto di Venezia vanno allargate al mondo Lgbtqia+» | Giulia
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Bersani: «Le regole del Manifesto di Venezia vanno allargate al mondo Lgbtqia+»

Elisa Messina del Corriere della Sera ha intervistato la presidente di GiULiA giornaliste Serena Bersani per i 15 anni dell'associazione. Molte cose fatte, molte da fare. Ripubblichiamo il colloquio uscito sul blog La27esimaora

Bersani: «Le regole del Manifesto di Venezia vanno allargate al mondo Lgbtqia+»
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Elisa Messina Modifica articolo

14 Ottobre 2026 - 18.26


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Evitare la spettacolarizzazione della violenza e dettagli morbosi; non usare, nelle cronache di violenza di genere, parole come «raptus», «follia», «passione», «amore»; raccontare le vicende rispettando la tutela e la dignità della persona coinvolta e non lasciar intendere nella narrazione parole che possano indirettamente giustificare il colpevole; promuovere l’uso dei termini declinati al femminile per i ruoli professionali e le cariche pubbliche.

Quelle che abbiamo appena elencato sembrano regole di puro buon senso, eppure per renderle regole deontologiche obbligatorie per tutti i giornalisti e le giornaliste c’è voluto un documento, il Manifesto di Venezia, e l’impegno dell’associazione GiULiA (Giornaliste unite, libere e autonome) che di questa carta è stata promotrice. Giulia ha appena festeggiato i suoi 15 anni di esistenza con un evento molto partecipato al Senato e nel 2027 cade invece il decennale del Manifesto di Venezia. Eppure quelle regole «basiche», scontate, vanno ribadite e difese ora come allora.

Ne parliamo con Serena Bersani, presidente di Giulia che da 15 anni, oltre a difendere le regole del Manifesto di Venezia – e quindi una rappresentazione corretta delle donne nei media – , monitora la condizione delle donne che lavorano nel mondo dell’informazione.

Cosa del manifesto di Venezia risulta ancora di difficile applicazione?
«In teoria niente dovrebbe essere difficile. Ma fino a 10 anni fa non ci avevamo mai pensato. Il manifesto di Venezia è stato un grimaldello potentissimo per l’Ordine dei giornalisti che solo sulla scia di quel documento ha istituito regole deontologiche che riguardano il genere. Ci abbiamo messo anni. Del resto, se nemmeno noi donne cambiavamo il modo con cui ci chiamavamo e ci rappresentavamo come potevamo essere di modello agli altri? Le regole del Manifesto di Venezia dovrebbero essere allargate anche a tutto il mondo Lgbtqia+».

Nel 2024 le giornaliste erano 7.135, il 43% del totale dei 16.676 giornalisti dipendenti, un punto in più rispetto al 2022-2023.
«Trenta, quaranta anni fa le redazioni erano come delle caserme: tutti uomini e le poche donne soccombevano. Ora il numero delle giornaliste è aumentato parecchio, andiamo verso la parità. Ma io non la vedo al 100% come una buona notizia».

E perché mai?
«Ho sempre un retropensiero: una certa professione diventa un lavoro da donne quando non ha più appeal sul profilo della retribuzione. Sta succedendo al giornalismo quello che è successo per gli insegnanti. Prima era un ruolo più rispettato e con retribuzione in linea. Poi è diventata una professione prevalentemente femminile. Se una professione si femminilizza vuol dire che non è abbastanza redditizia. Le donne che scelgono di fare le giornaliste non lo fanno per lo stipendio».

Giulia lavora per rendere sempre più corretta la rappresentazione delle donne nei media. A partire per esempio dalla declinazione delle professioni al femminile.
«Su questo tema vedo polemiche futili e ignoranti. A declinare cariche e professioni al femminile ce lo insegnano in terza elementare. I dizionari lo fanno da 50 anni. Il femminile di carabiniere, carabiniera, esisteva già prima che le donne entrassero nell’arma, nel 2000. Eppure capita ancora di vedere colleghi che si stupiscono durante i corsi di formazione. Uno una volta mi ha chiesto: “Come fai se è lei che chiede di essere chiamata al maschile?”».

Anna Maria Bernardini De Pace vuole essere chiamata «avvocato», e Beatrice Venezi vuole essere chiamata «direttore d’orchestra» tanto per citarne alcune. Come si fa?
«Si fa come faceva Sergio Lepri, storico caporedattore dell’agenzia Ansa. Già 40 anni fa lui litigava con Susanna Agnelli che voleva a tutti i costi essere chiamata “senatore”. Lepri scriveva “senatrice” e lei telefonava all’Ansa per protestare».

E lui?
«Le contestava che per la grammatica italiana lei è una senatrice. Me le ricordo quelle telefonate: “Ai miei giornalisti dico che bisogna rispettare la grammatica. Lei, fuori, si faccia chiamare come vuole, qui, per noi, è senatrice”. Come si fa a chiedere a un giornalista di non rispettare la grammatica? È come se il sarto buttasse via il metro o l’ago».

Il manuale di Alma Sabatini Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana è stato scritto nel 1987 eppure…
«Quel manuale è ancora una pietra miliare che non tutti nelle istituzioni e nei media conoscono e mettono in pratica. Ci sono ancora resistenze. Però il sessismo si mescola all’ignoranza».
Ci sono le classiche risposte: «Allora si dica ‘falegnama’ o ‘giornalisto’
». Ecco questa è crassa ignoranza perché esistono termini epiceni, che non si coniugano, come giornalista o pediatra. Provocazioni ignoranti cariche di ideologia».

La premier Giorgia Meloni disse subito che voleva essere chiamata «il presidente del Consiglio». E ci fu un comunicato stampa memorabile in occasione del primo incontro con Ursula von der Leyen che recitava così: «Il presidente del Consiglio incontra la presidente della commissione Ue».
«Ridicolo. Va contro le regole di base del giornalismo. E dell’italiano. Ricordo un titolo di un quotidiano di qualche anno fa: “Il sindaco di xx ha dato alla luce un bambino”. Si vede che gli uomini iniziano a partorire… Ma ci sono collezioni intere di questi svarioni».

Andiamo alla cronaca e al modo in cui i media raccontano la violenza di genere; molti passi avanti sono stati fatti.
«Dobbiamo riconoscere a Giulia di aver sdoganato il termine “femminicidio” in Italia. Quando lo facemmo 13 anni fa ce ne dissero di tutti i colori. Addirittura è “cacofonico”. Poi Treccani l’ha scelta come parola dell’anno 2023. Di recente Treccani ha fatto ricerca sui neologismi più ricercati in rete e c’è proprio femminicidio. Sul linguaggio della cronaca molto è cambiato, le nuove generazioni sono più attente perché la cronaca non è mai neutra e bisogna avere cura di dettagli e parole per non dare mai l’idea che in qualche modo attribuiamo delle responsabilità alle donne che subiscono la violenza. In questi casi anche la forma verbale attiva o passiva in un titolo fa la differenza».

Per esempio?
«Ho letto un titolo di qualche giorno fa: “Lei rifiuta approccio e lui la massacra di botte”. È un titolo non neutro. Perché l’aggressione sembra consequenziale: ma essere rifiutati non giustifica l’aggressione. Basta poco: mettere “lui” come soggetto che cerca di stuprare e poi uccidere. “Tenta approccio sessuale e al rifiuto di lei la massacra di botte”. Ho fatto nera per tanti anni. Quando si è stanchi capita: la fretta, il poco spazio in pagina… Ma oggi dobbiamo stare attenti, c’è una maggiore consapevolezza. E nelle redazioni scatta sempre una sorta di controllo reciproco: il giornalismo è un grande gioco di squadra e deve restarlo».


Qui il link all’articolo uscito sulla 27esimaora

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